Ulan Bator (Mongolia), 17 aprile 2026
Andare via non è mai semplice quando si tratta di passione. E il caso ‘Mongolia’, in questo, non fa eccezione. L’aria pesante del traffico di Ulaanbataar ci costringe a un silenzio pensieroso, dopo i 10 – seppur faticosi – giorni di campo. Bloccati in macchina dall’aeroporto verso il centro della città, nessuno proferisce parola, ma tutti sappiamo che quel silenzio contiene il disincanto del ritorno a una normalità di agio, il cui prezzo fa rimpiangere l’essenzialità della vita e dei ritmi di campo: niente doccia, il bagno – se tale si può chiamare – 200 metri fuori da casa (una vera prova di volontà nelle emergenze notturne), le camminate infinite, il vento a 200 km/h, ma sopra ogni cosa lo spazio, il silenzio e il colori di quel frammento di ‘universo felino’ che abbiamo avuto l’opportunità di esplorare.
La Mongolia che abbiamo percorso ha un suo modo particolare di essere selvaggia: un universo lunare dove una palette di tinte dal nero all’ocra si mescolano in paesaggi spettacolari, dove alberi e presenza umana, nei 260 km esplorati, sono stati un’assenza significativa. Dovunque, invece, segni di presenza animale: impressionanti trofei, crani e resti, a volte talmente abbondanti da sembrare veri e propri cimiteri. Ma la vita in essere è cauta a manifestarsi fra le rocce degli Altai, invisibile fra queste ad eccezione di qualche nutrito gruppo di stambecchi e argali chiari come la sabbia, o di qualche piccolo pica, o dei grandi rapaci, che numerosi, popolano l’intenso blu che sovrasta le vette stondate di queste antiche montagne. Una volta un’apparizione lontana, evanescente come un miraggio: un falco sacro, che in quel silenzio era più smile a un sogno. Nelle valli il silenzio è totale, avvolge creando una sorta di assuefazione, mentre si procede alla ricerca del luogo di discreto spionaggio che riporterà i segreti di quel mondo vitale che allo sguardo diretto fatica a concedersi. Di tempo per l’osservazione, purtroppo, ne resta poco in una giornata in cui l’obiettivo sono tre fototrappole. In compenso per Giulia, alla sua prima Mongolia, i 10 giorni di campo rimpiazzano le iniziali insicurezze logistiche con una nuova confidenza etologica. Per Francesco e Renato, veterani del campo asiatico, i giorni di campo sono una conferma dell’esperienza accumulata negli anni e un intenso refresh di interesse.
Il conto finale è di 46 fototrappole collocate – alcune impossibili da piazzare vuoi per le condizioni stagionali, vuoi per una logistica in remoto troppo azzardata – più una fuori griglia: “un posto speciale”, assicurano i ranger locali, dove l’eccessiva prossimità alle altre camere è una licenza concessa da condizioni straordinarie: la notte precedente, lì, ha dormito il leopardo. Ora, la responsabilità è delegata alle camere che per cinque mesi osserveranno quel mondo di apparente solitudine in cerca di vitalità. Per Francesco e il suo gruppo parte il conto alla rovescia in attesa del prezioso feedback: quanti saranno e dove si concentrano i fantasmi delle montagne in questa parte di mondo? A settembre Francesco, insieme agli altri partner del progetto, decideranno se prolungare l’osservazione o interromperla per questa prima fase; un’osservazione prolungata porterebbe informazioni più ricche non solo sul leopardo ma su tutto il suo contesto.
Batterie e schede, in questo periodo, andranno in ogni caso cambiate e scaricate portando il verdetto sulla nostra efficacia nell’aver interpretato la logistica del felino. Nel silenzio che accoglie l’arrivo a Ulaanbataar, immagino che ognuno di noi stia ripensando a una camera in particolare, quella che è costata più fatica, o quella che dall’alto del crinale guardava giù nella piana, o quella per cui si è pensato “questa è perfetta”, chiedendosi con una certa emozione “chissà cosa racconterà”. Settembre è lontano, ma fortunatamente a mantenere viva l’attesa del risultato, rimane quella intensa sensazione di ‘Wild East’, rimasta impressa come qualcosa di ormai troppo raro e straordinario.
Articolo di
Anna SustersicComunicatrice scientifica |
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