Vai al contenuto

Mongolia Snow Leopard

Cronache dagli Altai: sulle tracce del felino fantasma – ep.2

Mongolia Snow Leopard

Monti Altai (Mongolia), 13 aprile 2026

Il posto mi sembra perfetto: la roccia è grande e aggettante, proprio come aveva detto Francesco. “Ci siamo”, penso. Ma subito Renato, alla sua settima Mongolia, arriva a sgonfiare i miei prematuri e inesperti entusiasmi. Quel che sulla carta sembra una geografia semplice da interpretare, sul campo si dimostra una faccenda molto diversa e per nulla banale. Piazzare in maniera efficace una fototrappola in contesto mongolo richiede un’intera giornata di cammino, un dislivello compreso fra i 500 e i 1500 metri, una distanza fra i 10 e i 30 km e una certa abilità ingegneristica: non ci sono alberi qui, solo pietre per costruire le ‘roccaforti spia’.

Ma la difficoltà più grande è certamente rappresentata dalla meravigliosa e vertiginosa vastità di questo paesaggio aumentato, caratterizzato dalle mille nicchie di una roccia tormentata dal tempo: qui, ogni singolo centimetro parla del leopardo, e per chi deve approcciare questo spazio per individuare il sito vincente per una fototrappola, il primo approccio può risultare destabilizzante. Allora aiuta guardare il paesaggio applicando il filtro dell’etologia per ridurre sensibilmente le possibilità. Aiuta in più l’esperienza accumulata dal progetto: sulla mappa cartacea i punti sono classificati in ‘stazioni vecchie’ e ‘stazioni dove è stato fotografato’ – le più facili da ritrovare perché già dotate di coordinate, e le ‘stazioni nuove’, che sfidano esperienza, conoscenza e abilità empatico-interpretativa della ricercatrice o del ricercatore.

A restringere ancora il campo sono i sottili indizi di presenza: una raspatura sul terreno – in gergo ‘bomba’ -, una traccia olfattiva – per ricercatrici e ricercatori pro -, una predazione fresca, escrementi o per i più fortunati, come Giulia, un ciuffo di peli: unico segno concreto che ci rende vitale la sua presenza. Oggi dopo 6 giorni di cammino, 165 km, 30 fototrappole collocate – ognuna delle quali richiede almeno un’ora di lavoro – si comincia a empatizzare con il ragionamento spaziale felino, ed è una sensazione particolare, espressione del piacere di essere qui.

Riusciamo ad alzare il naso per godere di qualche apparizione fortuita di stambecchi, gipeti, aquile, avvoltoi e argali, le pecore selvatiche asiatiche. In altro tipo di incontro non si osa nemmeno sperare. Ma quando a fine giornata si rientra stanchi, e il tramonto accarezza di ombra e velluto le morbide montagne sulla piana infinita, pensi che il solo poter condividere il suo spazio è l’emozione che basta.

  • Leggi l'episodio 1
  • Leggi l'episodio 3

I progetti di ricerca di biodiversità montana locale e internazionale del MUSE sono sostenuti da

Articolo di

Anna Sustersic
Comunicatrice scientifica

Scopri le ultime novità

  • ✒️ Leggi gli articoli del blog
  • 📫 Iscriviti alla newsletter