60 occhi nel bosco: come il MUSE
06 agosto 2026
Anche l’ultima fototrappola è stata posizionata. Rimarrà nel bosco per circa un mese, abbracciata al fusto di un faggio.
È una delle 60 fotocamere che il MUSE da oltre dieci anni posiziona e controlla nell’ambito del monitoraggio sistematico della fauna selvatica in Trentino occidentale. Piccoli occhi elettronici distribuiti dentro e fuori il Parco Naturale Adamello Brenta, grazie alla collaborazione con il Parco, il Servizio faunistico della Provincia autonoma di Trento e l’Università di Firenze.
Siamo sopra l’abitato di Seo, nel Comune di Stenico, a circa 1.300 metri di quota…
Dove passa la fauna
Un bosco di faggi, abeti e sorbi. Più sotto, il paese. Poco più in alto, il limite degli alberi. Il sentiero è secondario, poco frequentato dalle persone ma molto utilizzato dagli animali.
Il fuoristrada, un Jimny verde, con il logo MUSE sulla portiera, è rimasto poco più a valle, al termine di una ripida strada forestale. Da lì si prosegue a piedi. La luce della mattina filtra tra le chiome e illumina il verde della faggeta.
Marco Salvatori e Giulia Bombieri dell’Ufficio Ricerca e Collezioni del MUSE sistemano la fototrappola a circa 50 centimetri dal terreno.
«Qui dovrebbe funzionare bene: il sentiero è abbastanza aperto e gli animali dovrebbero passare proprio in questa direzione», dice Marco osservando il terreno davanti al tronco.
Giulia controlla l’inquadratura sul display della fototrappola: «Aspetta un attimo… vediamo se prendiamo tutto. Parti da laggiù e passa davanti. La fototrappola resterà qui per settimane: se sbagliamo oggi, ce ne accorgeremo solo quando torneremo a controllarla».
«È fondamentale – ci dicono – che riesca a riprendere tutto il sentiero nella sua larghezza e che il dispositivo sia posizionato a un’altezza adeguata per immortalare interamente animali di dimensioni molto diverse: dallo scoiattolo all’orso».
Continua…
Una procedura che si ripete 60 volte
Con loro anche Simone Dal Farra, collaboratore di ricerca, e Francesco Rovero, direttore dell’Ufficio ricerca e collezioni museali del MUSE e coordinatore scientifico del progetto, che ha ideato e avviato nel 2015.
Ogni installazione segue una procedura precisa. Durante il posizionamento viene compilata una scheda di campo con tutte le informazioni necessarie: il progetto di riferimento, il numero identificativo della fototrappola, i dettagli del sito, la scheda di memoria utilizzata e il numero del lucchetto.
«Chiudilo bene. E non perdere le chiavi, eh», si preoccupa Giulia.
«Non me lo ricordare», ride Marco mentre chiude il lucchetto. «Ormai li mettiamo su tutte le fototrappole. Negli anni alcune sono state rubate, altre vandalizzate. Una volta abbiamo trovato perfino dei rami piazzati davanti all’obiettivo: qualcuno voleva impedirgli di riprendere».
Gli stessi dati vengono riportati anche su una lavagnetta bianca con il bordo rosso che, una volta installata la fototrappola, viene collocata nel campo visivo della fototrappola stessa e fotografata.
«Sulla lavagnetta indichiamo anche se si tratta del montaggio iniziale (START), del controllo intermedio (CHECK) o del recupero della fototrappola (END). Quando poi scarichiamo centinaia di migliaia di immagini, queste informazioni ci permettono di associare ogni fotografia al sito corretto», precisa Giulia.
Dopo gli ultimi controlli, lo sportellino si chiude. La fototrappola viene attivata. Piazzata.
Davanti alla fototrappola
Nei dintorni viene appeso un piccolo cartello che informa della presenza del dispositivo: l’area è videosorvegliata esclusivamente per finalità di ricerca scientifica, nel rispetto della privacy delle persone – tutte le immagini di persone vengono infatti eliminate dopo la classificazione.
Le fototrappole, infatti, non “catturano” solo animali. «Nei siti più isolati e meno frequentati possiamo trovare anche 300 immagini dedicate esclusivamente alla fauna selvatica – raccontano Giulia e Marco –. In altri punti, invece, soprattutto lungo sentieri più battuti, la maggior parte delle fotografie riguarda le persone».
Gli esseri umani, infatti, sono stati di gran lunga i soggetti più fotografati dalle fototrappole del MUSE: in alcuni siti monitorati il passaggio umano può essere anche 100 volte superiore rispetto a quello delle specie selvatiche.
Ogni passaggio genera tre immagini. Alla fine della stagione di monitoraggio si arriva a raccogliere fino a 100.000 fotografie. Una mole di immagini impressionante che permette di studiare contemporaneamente la presenza degli animali, i loro ritmi di attività, l’utilizzo dei sentieri e il rapporto con la presenza umana in montagna.
Durante l’estate ricercatrici e ricercatori MUSE effettuano controlli periodici ogni due settimane. “Verifichiamo che le batterie siano ancora funzionanti, che la fototrappola non si sia spostata o danneggiata e che il dispositivo continui a registrare correttamente. Vengono inoltre sostituite le schede di memoria: in questo modo, se una scheda dovesse rompersi o una fototrappola venisse persa, non perderemmo tutti i dati».
Un supporto fondamentale alle attività viene dato dal personale del Parco Naturale Adamello Brenta e i forestali, che gestiscono l’installazione, i controlli e i recuperi di alcuni dei siti di monitoraggio.
Ogni immagine è un dato
Durante i controlli intermedi arriva anche il momento più atteso: guardare le prime immagini. Sul cellulare o sul computer appoggiato al cofano del Jimny MUSE compaiono i primi abitanti del bosco.
La volpe, praticamente presente in tutti i siti. Le specie più recenti arrivate sul territorio, come il lupo e lo sciacallo dorato. Gli animali più elusivi, quelli che fanno aspettare di più ricercatrici e ricercatori: martore, ma anche galli cedroni e coturnici, che ogni tanto compaiono tra le tante immagini. E poi l’orso, uno dei grandi protagonisti della ricerca, ma anche uno degli incontri più difficili da catturare.
Sono le 11. Quando la fototrappola viene chiusa e il lucchetto scatta, nel bosco torna il silenzio.
Alla fine dell’estate le fototrappole verranno recuperate e il viaggio delle immagini continuerà in ufficio: migliaia di fotografie saranno scaricate, classificate e analizzate, per approfondire l’ecologia delle specie osservate. I dati raccolti finora grazie a questo progetto hanno già permesso di capire meglio come la fauna risponde alla presenza umana. Tutte le specie di mammiferi studiate – dalla lepre all’orso – modificano il proprio comportamento nelle aree più frequentate, diventando più notturne per ridurre la probabilità di incontrare persone. Le specie più grandi, come l’orso, il cervo e il camoscio, tendono anche a evitare le zone con un più intenso passaggio umano.
«Alla fine ogni immagine è un piccolo indizio», chiude Francesco Rovero. «Non stiamo solo osservando animali: stiamo cercando di capire come questo territorio viene condiviso».
Continua…
Come funziona il monitoraggio?
La parola ‘monitoraggio’ viene spesso usata colloquialmente in modo improprio, ad esempio per indicare la raccolta di segnalazioni occasionali, che possono includere anche osservazioni da fototrappole posizionate sul territorio senza seguire criteri precisi. Nell’ambito scientifico, il significato è ben diverso: monitorare significa raccogliere dati attraverso un campionamento standardizzato, ripetuto nel tempo in modo costante e con un protocollo specifico. Questa distinzione non è un cavillo terminologico: senza uno schema di campionamento ripetuto e coerente non è possibile distinguere una vera tendenza (per esempio un calo di popolazione) da normali fluttuazioni casuali, né confrontare i dati raccolti in anni o in luoghi diversi.
Questo progetto, che il MUSE porta avanti dal 2015, è un esempio concreto di monitoraggio sistematico. L’area di studio copre la porzione meridionale del Brenta, dentro e fuori i confini del Parco Naturale: 20 siti all’interno dell’area protetta e 40 all’esterno. Grazie a un disegno di campionamento basato su una griglia regolare, il progetto copre un’area di circa 220-240 chilometri quadrati, con siti distribuiti tra i 500 e i 2.000 metri di quota, lungo sentieri e strade forestali. È un protocollo sperimentato dal MUSE e successivamente adottato anche in altri contesti, come base per il monitoraggio della fauna selvatica nei parchi italiani.
I dati raccolti permettono di comprendere meglio come i mammiferi utilizzano il territorio, quali sono i loro ritmi di attività e quali effetti possono avere le attività ricreative in montagna, in crescita negli ultimi anni.
Articolo di
Giulia BombieriUfficio Ricerca e collezioni museali |
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Marco SalvatoriUfficio Ricerca e collezioni museali |
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Tommaso GasperottiUfficio stampa |
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