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Dalla filosofia alle palafitte

Donato Riccadonna e il museo che sperimenta

Donato Riccadonna e il museo che sperimenta

Venerdì 8 maggio 2026

Da pochi giorni gira a bordo di un’Apecar azzurra, ha intensificato il suo impegno nel volontariato — dal Comitato “Giacomo Cis” che cura il sentiero del Ponale alle associazioni culturali Circolo di Cultura Popolare e Araba Fenice, attive tra la biblioteca “Beppa Giosef” di Massone di Arco e pubblicazioni su storia locale e ambiente — e gioca a risiko con gli amici. Ma per oltre 25 anni Donato Riccadonna, fresco di pensione, è stato un pilastro del Museo delle Palafitte del Lago di Ledro, sede territoriale del MUSE nata attorno ai resti di un antico villaggio palafitticolo di 4.000 anni fa, oggi patrimonio mondiale UNESCO. Lo abbiamo intervistato.

Com’è iniziata la tua avventura al Museo delle Palafitte di Ledro?
«La prima collaborazione risale al 1997. Lavoravo in una cooperativa di educazione ambientale e abbiamo provato a costruire una proposta che unisse archeologia e lettura del territorio. Abbiamo iniziato proponendo alle scuole una mezza giornata di attività, che presto è diventata una giornata intera: una formula allora del tutto innovativa. Il successo è stato immediato e da lì è partita un’avventura lunga più di venticinque anni».

Che museo hai trovato all’epoca?
«Il museo era poco più che un presidio, con un custode e una collaboratrice, all’inizio per brevi periodi, Romana Scandolari. Non esisteva una struttura organizzata come oggi. Proprio per questo non avevamo modelli da seguire».

Non vieni però dall’archeologia.
«No, la mia formazione è filosofica. Mi sono laureato a Bologna negli anni ’80, un periodo molto “caldo”, con una tesi su Spinoza. Credo che la filosofia ti dia un metodo: ti abitua a interpretare il mondo, a porti domande, a non dare nulla per scontato. È una base che ti accompagna in qualsiasi ambito. Anche al museo ho portato questo approccio: curiosità, senso critico, capacità di leggere le situazioni».

Come si traduce questo nel fare museo?
«Non solo contenuti: la vera forza del museo sono le persone che ci lavorano. Abbiamo costruito una squadra solida, con attenzione anche alle condizioni di lavoro: non è un dettaglio, è parte della qualità culturale. Se le persone stanno bene, lavorano meglio e il progetto cresce».

Il museo è cresciuto molto in questi anni: 50.000 visitatrici e visitatori in un paese (Molina di Ledro) di 500 abitanti. Qual è stata la chiave?
«All’inizio hai due possibilità: restare sul sicuro oppure sperimentare. Noi abbiamo scelto di sperimentare. Abbiamo ampliato le attività, creato una rete museale, coinvolto altri spazi. È sicuramente una grande soddisfazione. Ma ancora di più lo è aver costruito una prospettiva, una visione: oggi si può parlare di “modello” culturale-territoriale Ledro. Oltre al Museo delle Palafitte, abbiamo riunito altre realtà nella Rete museale ReLED, capace di registrare più di 100.000 presenze all’anno. Veniamo spesso invitati a festival e kermesse nazionali a raccontare il nostro approccio».

Eventi come le Palafittiadi (le Olimpiadi della Preistoria) o l’Età del Rock sono diventati un marchio. Da dove nascono?
«Dalla libertà di provare. L’idea è intercettare pubblici diversi: famiglie, gruppi, amanti di musica. Magari persone che non verrebbero al museo. Non abbassi i contenuti, cambi linguaggi».

È così che avete reso “pop” l’archeologia?
«Esatto. Prima viene l’archeologia, ma poi serve una grande capacità divulgativa. Comunicare è una competenza: devi saper ascoltare, capire chi hai davanti, creare un dialogo. Non puoi fare un monologo e pensare che funzioni».

Quanto conta oggi la ricerca?
«È fondamentale. Penso agli studi sul DNA antico dei reperti trovati nel sito di Ledro: la genetica sta rivoluzionando l’archeologia. Sono frontiere nuove che aprono conoscenze impensabili fino a pochi anni fa».

Altre intuizioni che hanno portato a risultati importanti?
«Molti dei nostri progetti nascono da idee un po’ folli: come il progetto del Pane delle Palafitte, oggi in commercio grazie all’Associazione panificatori trentini; o la valorizzazione della figura “internazionale” di Garibaldi, che ogni anno richiama a Bezzecca gruppi musicali che portano sonorità da tutto il mondo; o ancora la riapertura in chiave culturale e turistica dell’antica strada del Ponale».

C’è un progetto che avresti voluto realizzare e non è riuscito?
«Sì, riportare a Ledro i reperti oggi sparsi in depositi e università di mezz’Italia, creando un hub culturale negli spazi dell’ex colonia. C’era un progetto concreto, con finanziamenti possibili. Non si è fatto, ma spero che qualcuno lo riprenda».

Cosa possono dirci ancora oggi le palafitte?
«Sono la nostra radice. Con l’Età del Bronzo nasce la società stanziale: agricoltura, villaggi, organizzazione sociale. Il nostro modo di vivere deriva da lì. Ci insegnano anche che nulla è eterno: queste strutture cambiano, si trasformano, evolvono insieme a noi».

Un augurio a chi resta?
«Di restare curiosi e continuare a sperimentare. Servono coraggio e un po’ di fame, quella voglia di fare che ti spinge ad andare oltre. Gli esempi non sono molti, quindi bisogna inventare».

Articolo di

Tommaso Gasperotti
Relazioni istituzionali e ufficio stampa
Ufficio stampa

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