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Il disegno diventa un terreno condiviso

Intervista all’artista Micol Grazioli

Il disegno diventa un terreno condiviso

Mercoledì 18 febbraio 2026

Cosa succede quando il segno grafico di una persona incontra quello di un’altra? E come può un semplice disegno trasformarsi in una mappa delle nostre relazioni?

Abbiamo fatto una chiacchierata con l’artista Micol Grazioli: trentina di nascita, con un percorso che l’ha portata a formarsi tra Bologna e Marsiglia, Micol mette al centro della sua ricerca il corpo e l’interdipendenza: per lei l’arte non è un oggetto da osservare a distanza, ma un’esperienza da vivere insieme.

In questa intervista, Micol ci introduce al progetto “Topografie Immaginarie”, frutto di un laboratorio che si terrà al Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzomartedì 3 marzo 2026 alle 17, all’interno della rassegna Terreno Comune dove chi partecipa sarà chiamato a disegnare e dialogare per creare uno spazio condiviso: un terreno comune appunto. Micol è anche una delle artiste del progetto europeo S+T+ARTS Aqua Motion.

Un’occasione unica per riflettere su come abitiamo il mondo e come ci intrecciamo alle altre persone, proprio in un luogo — il museo — che custodisce la memoria millenaria della terra.

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Ecco cosa ci ha raccontato:

Dall’Accademia alla terra: il tuo percorso formativo tocca Bologna e Marsiglia, ma oggi ti ritrovi spesso a lavorare con le radici e la memoria. In che modo queste esperienze internazionali hanno influenzato la tua visione dell’arte come legame e appartenenza?

Il mio percorso di vita mi ha senz’altro influenzata e arricchita. Ho avuto la fortuna di avere docenti e incontri che mi hanno permesso di vedere con più chiarezza la mia ricerca artistica. Credo di aver imparato anche attraverso il «negativo» di questa esperienza internazionale, inteso non in senso peggiorativo, ma come il negativo di un calco: uno spazio di assenza che rende visibile una forma.

Attraverso la lontananza si sono rivelate gradualmente le mie radici, i miei pensieri e le mie fascinazioni mi riportavano alle prime grandi domande della mia infanzia. Un’infanzia invidiabile, immersa nella natura e nella libertà d’espressione. Forse questo, più di tutto il resto, ha influenzato la mia esperienza sensibile con il «Vivant», e il mio sentimento di appartenenza e cura all’ambiente, inteso come casa e territorio.

 

L’impronta e il corpo: definisci il tuo lavoro come un’interrogazione sulle relazioni di interdipendenza. Perché per te è così importante che l’arte non sia solo un oggetto da guardare, ma un’impronta fisica e un’esperienza del corpo?

Ogni relazione è interdipendente, a volte non ci rendiamo conto che siamo collegati, che condividiamo tutto, sia fra umani, che fra animali e in particolar modo influenziamo i contesti in cui viviamo sia a livello sociale che ambientale.

L’impronta, in qualche modo, è per me la traccia di quest’incontro. È il segno che resta quando un corpo entra in relazione con qualcosa o con qualcuno. Duchamp lo chiamava “inframince”: l’infrasottile, quel punto di contatto impercettibile tra due presenze. Una traccia che possiamo cogliere solo se rallentiamo e prestiamo attenzione.

È lì che avviene l’esperienza, ed è a quell’ascolto – con il corpo, con lo sguardo, con le mani – che vorrei invitare le altre persone. Per questo il mio lavoro costruisce azioni e tempi condivisi, più che oggetti da guardare.

 

L’arte del partecipare: nei tuoi progetti il pubblico non è uno spettatore ma un attivatore. Qual è la sfida più grande (e la sorpresa più bella) quando decidi di affidare parte del processo creativo alle mani altrui?

Creare esperienza è senz’altro una grande e bellissima incognita dei processi di arte partecipativa. Mi permette di trovare dei compagni di viaggio con cui condividere un immaginario e vederlo evolvere a volte in direzioni inaspettate, affidarmi, riscoprire e rinnovare le mie idee attraverso gli occhi degli altri.

 

Topografie Immaginarie: il 3 marzo a Predazzo si lavorerà su una mappa comune. Senza svelare troppo, cosa rappresenta per te il concetto di “topografia” applicato alle relazioni umane?

In questa topografia i rilievi sono persone e le valli sono spazi comuni e d’incontro.

In maniera semplice, il disegno ci rappresenta in uno spazio e un tempo contenuto e condiviso, dove l’incontro con gli altri è inevitabile: il risultato può essere letto come una grande mappa delle relazioni umane e non solo.

 

Dal disegno al dialogo: l’evento prevede che ognuno faccia crescere la propria forma fino a incontrare quella degli altri. Come si trasforma un semplice segno grafico in un gioco di relazioni?

All’inizio ognuno disegna per sé. Poi, quando le forme iniziano a toccarsi, nasce una domanda molto semplice ma decisiva: come continuiamo? A volte qualcuno prende spazio, qualcun altro si ritrae, qualcuno propone una deviazione. Il disegno va avanti solo se si trova un accordo. Oltre a un’esperienza pratica, la traccia visiva del disegno riesce a raccontarci e a far emergere tante cose di noi.

 

Le regole del gioco: hai scritto che, una volta avvenuto l’incontro tra le forme, “le regole si fanno insieme”. È questa la tua visione di una società ideale o di un territorio comune?

Penso che questa sia la base del pensiero democratico, per quanto utopico alle volte possa sembrare è sicuramente una ginnastica di convivenza che va ampliata e coltivata. Questa regola sottintende che attraverso il dialogo si può scegliere insieme come muoversi.

Non si ha mai la certezza, però, di come andrà davvero. Ruoli e comportamenti tendono a ripresentarsi in ogni gruppo andando a mettere in luce proprio i nostri modi dell’abitare insieme.

 

Il contesto di Predazzo: il Museo Geologico delle Dolomiti ospita questo incontro. Come dialoga la tua ricerca sulle “forme concentriche” e sui movimenti geologici con la solidità millenaria delle pietre e dei fossili del museo?

Credo che questo accostamento attivi una risonanza fra il tempo dell’umano e il tempo del mondo minerale. Tempi distantissimi ma che si possono osservare nella morfologia delle stratificazioni, come in una mappa spazio-temporale. Questo confronto invita a riflettere, in modo poetico e filosofico, sull’origine e il divenire delle forme naturali e del paesaggio.

 

Il risultato finale: Quello che nascerà sarà una sorta di murale collettivo. Cosa speri che provi chi partecipa guardando il tracciato finale a cui ha contribuito?

Vorrei, come prima cosa, che si riconoscessero nel disegno finale. Ma la soddisfazione più grande è che portino a casa il ricordo di questo disegno come un bagaglio dal quale possano nascere nuove domande e consapevolezze.

 

Un invito al pubblico: per chi non ha mai partecipato a un laboratorio di arte relazionale o pensa di non saper disegnare, perché dovrebbe mettersi in gioco in questo appuntamento di Terreno Comune?

Questa è un’esperienza davvero per chiunque, pensata per non escludere nessuno. Come non occorre avere una bella calligrafia per scrivere non occorrerà saper disegnare per topografarsi. L’unico prerequisito è quello di voler partecipare con curiosità, rispetto e ascolto.

  • Iscriviti al laboratorio di martedì 3 marzo 2026

Articolo di

Luciana Cincelli
Staff del Museo Geologico delle Dolomiti di Predazzo

 

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