Vai al contenuto

Storie di ricerca sul campo

Sul Caré Alto, un passo dopo l’altro

2022 Campionamento vicino alla fronte_drone_C Ferrari

14 settembre 2026

Verso il Caré Alto

300 metri in più di dislivello, uno zaino di 15 kg sulle spalle, la storica collega Alessandra e un gruppo di giovani ricercatori e studentesse alle prime armi. Dopo 25 anni dalla prima volta, la salita al Caré Alto sembra molto più ardua e la fronte del ghiacciaio, in effetti, più lontana. È arretrata di molto, in solo un quarto di secolo.

Ci fermiamo a tirare il fiato. Asciughiamo il viso, sudato per il caldo, il sole pungente e la salita, con l’acqua del torrente, le cui acque di fusione, oggi, provengono dai pochi ettari di ghiacciaio rimasti.

Tutto a posto?” chiedo a chi mi accompagna, riparandomi gli occhi dal sole abbagliante con la mano. “Sì, il Caré Alto da qui è magnifico”, rispondono.

È lì che vogliamo e dobbiamo arrivare, in questo giorno di fine luglio del 2022.

Abbiamo documentato per primi in Italia la biodiversità dei torrenti glaciali negli anni ‘90 e descritto anche specie di animali, perlopiù insetti, prima non note alla scienza. Ora – 25 anni dopo – vogliamo rifarlo animati dalla curiosità di sapere se sarà tutto uguale, ora che il torrente si è allungato di centinaia di metri, l’acqua è più calda di quasi due gradi e la fronte del ghiacciaio si trova non più a 2800 metri, ma a 3200 metri.

La missione di ricercatrici e ricercatori del MUSE, ormai da quasi trent’anni, è infatti documentare flora e fauna che vivono tra le acque gelide delle alte quote, prima che sia troppo tardi, prima che il cambiamento climatico ne cancelli definitivamente ogni traccia.

 

Le operazioni sul campo

Bottiglie, retini, provette, vaschette e sonde in zaini pesanti e ingombranti. Tutto, come nel 1997. Stesso protocollo, ma solo Alessandra e io ancora presenti tra i partecipanti di allora. All’epoca eravamo all’inizio della nostra carriera da idrobiologhe, oggi siamo esperte mentor di giovani studentesse e studenti. Ciò che ci sprona a portare avanti la spedizione è – anche – un filo di sana ambizione e competitività.

Non soltanto sul Caré Alto, il progetto (Arctic and Alpine Stream Ecosystem Research – AASER25) si svolge infatti in contemporanea in molte altre parti d’Europa, dai Pirenei alle Alpi, in Norvegia, Islanda, Groenlandia e nelle Isole Svalbard. Qui, colleghe e colleghi degli enti coinvolti stanno eseguendo, nello stesso momento, i campionamenti negli stessi torrenti studiati all’epoca. Chissà come prosegue il loro lavoro di campionamento…

Saliamo in silenzio, avvolti nelle nuvole dei nostri pensieri, ripetendo nella testa i passaggi che dobbiamo compiere perché sia tutto perfetto. Il fiato è corto, ma con la mente viaggiamo veloci.

Facciamo alcune soste: undici nel tragitto fino alla cima, tante quante le stazioni di raccolta dati che dobbiamo campionare, proprio come alla fine degli anni ‘90. Più una, quella in cima. Quella che una volta non c’era perché lì, un tempo, era tutto coperto dal ghiacciaio.

Nel bianco della neve colpita dal sole, cerchiamo minuscoli organismi nell’acqua, piccole testimonianze di una vita che, a queste quote, sembra essere solo appannaggio di insetti e vermi, alcuni invisibili ad occhio nudo.

In Italia si contano circa 50 mila specie di invertebrati, di cui il 10% circa d’acqua dolce, un patrimonio di biodiversità in continua evoluzione con la descrizione di specie nuove per la scienza mentre altre scompaiono a causa del riscaldamento globale e dell’inquinamento.

Dopo la raccolta sul campo, i campioni vengono analizzati al microscopio per l’identificazione tassonomica. In diversi casi, la determinazione richiede un’ulteriore conferma tramite l’analisi e il sequenziamento del DNA, confrontando i dati genetici con quelli di specie già note.

Al MUSE stiamo creando la prima banca del DNA dei Ditteri Chironomidi glaciali, insetti che includono molte specie a rischio di estinzione con il ritiro dei ghiacciai. Per farlo, ci affidiamo alla collaborazione di alcuni centri europei per lo studio degli invertebrati, tra i quaòo il laboratorio guidato da Elzbieta Dumnicka, dell’Accademia Polacca delle Scienze di Cracovia, una delle massime esperte europee di oligocheti d’acqua dolce.

 

Un lavoro costante, giorno dopo giorno

Sette giorni, ognuno uguale, ognuno differente. Ogni mattina, dopo il risveglio ripartiamo con gli zaini carichi di tutta la nostra attrezzatura. Facciamo tappa nelle stazioni sul torrente glaciale e in alcune sorgenti nella Val Conca. Lavoriamo veloci, con una dimestichezza che aumenta con il passare delle ore. Le mani si muovono più sicure, il quaderno di campo si riempie di dati.

Ogni sera torniamo al Rifugio Caré Alto, “Dante Ongari”. Qui, a 2450 metri di altitudine, la teleferica ha scaricato il primo giorno tutta la nostra attrezzatura. Da qui ripartiremo l’ultimo giorno con il nostro bottino di circa 500 campioni raccolti.

Alla sera, quando facciamo ritorno alla base alcune persone si avvicinano a noi, incuriosite dalla nostra presenza e dal materiale che spunta dagli zaini. Parlare con loro è anche un modo per spiegare il nostro lavoro, condividere conoscenze e trasmettere la nostra passione.

Abbiamo solo una settimana a disposizione e riprogrammare la spedizione sarebbe molto difficile, tra la disponibilità del rifugio, l’organizzazione logistica e quella di tutto il personale coinvolto. Per questo è essenziale che il meteo sia buono.

Rispetto al passato, oggi le procedure di sicurezza sono più rigorose e impongono una valutazione più puntuale delle condizioni. Ma lo spirito della spedizione è rimasto lo stesso: sfruttare al meglio ogni finestra di bel tempo e portare a casa più dati possibile”. La prudenza non significa rinunciare alla ricerca, ma trovare il giusto equilibrio tra ciò che vorremmo fare e ciò che le condizioni meteo ci permettono di fare.

Il meteo è il nostro principale antagonista. Non sempre gioca a sfavore, ma è lui a decidere le nostre giornate e a condizionare l’esito della spedizione. Se dovesse peggiorare proprio quando dobbiamo raccogliere gli ultimi campioni, non sarebbe semplice recuperare il lavoro in un altro momento, e potremmo dover aspettare l’estate successiva. Per la ricerca significherebbe perdere un’intera stagione di dati, mentre l’ambiente che studiamo continuerebbe, nel frattempo, a cambiare.

Racconto liberamente tratto dallo studio: Dumnicka E. & LENCIONI V. (2026) Cernosvitoviella cryophila sp. nov. (Oligochaeta, Enchytraeidae) from Alpine streams. ACTA ZOOLOGICA BULGARICA 78 (1): 3-9.
https://doi.org/10.71424/azb78.1.003091

Articolo di

Valeria Lencioni
Ufficio Ricerca e collezioni museali
Chiara Veronesi
Ufficio stampa

Scopri le ultime novità

  • ✒️ Leggi gli articoli del blog
  • 📫 Iscriviti alla newsletter