Leggi la prima parte del racconto
25 settembre 2026
Il rientro
Quando una spedizione finisce, da un lato un pezzo di cuore resta come sospeso in un limbo, in una sensazione strana, offuscata e malinconica. Dall’altro, si ha la consapevolezza di aver fatto un buon lavoro, una sicurezza data dall’esperienza e dal procedere pianificato e professionale delle operazioni che non hanno lasciato nulla al caso. La speranza, infine, di aver prodotto qualcosa che possa portare a dati utili, una volta rientrati in laboratorio.
É con questo stato d’animo che salutiamo il rifugio la mattina dell’ottavo giorno, dopo una settimana piena e stimolante.
Lasciati gli zaini con i campioni sulla teleferica del rifugio, prima di imboccare il sentiero, su un pendio erboso punteggiato di massi staccatisi dalla montagna nel corso dei secoli e lì rotolati disordinatamente, ci giriamo più volte per dare un ultimo sguardo al rifugio, alla chiesetta e al sole che – ancora tiepido – spunta dietro la vetta del Caré Alto.
Non c’è neve, ma lungo la discesa gli scarponi affondano nell’erba ancora ghiacciata, con uno scricchiolio leggero, un crepitio che – assieme al respiro che si condensa nell’aria sferzante della mattina – è l’unico suono che ci accompagna sulla via del ritorno.
Mors tua, vita mea
Una volta rientrati al MUSE, inizia la seconda parte del nostro lavoro: riordinare i dati raccolti, compilare tabelle, analizzare i campioni, scrivere report e pubblicazioni, un insieme di attività che assorbe molte energie, al pari della salita.
Una parte dei campioni, assieme ad alcuni tra quelli raccolti venticinque anni fa, verrà analizzato in Polonia, proprio da Elzbieta Dumnicka dell’Accademia Polacca delle Scienze di Cracovia, che si è dichiarata interessata a partecipare alla ricerca.
“Chissà se, tra le specie raccolte, ce ne sarà una nuova per la scienza” commentiamo fra colleghe e colleghi mentre riordiniamo i campioni uno per uno, preparandoli alla trasferta polacca.
Certamente si tratterebbe di un bel risultato, ma ciò che per noi è importante è avere questa documentazione che ci consentirà di confrontare la situazione della biodiversità nei due periodi di campionamento. Un set di dati molto affidabile perché raccolto dalle stesse persone e con le stesse procedure.
“Sicuramente troveremo delle differenze rispetto alla prima spedizione”, commentiamo. Con ogni probabilità anche qui, come altrove, il ritiro del ghiacciaio starà causando la scomparsa dei microhabitat idonei per le specie più legate all’ambiente glaciale.
Allo stesso tempo, il retrocedere dei ghiacci aprirà la strada a nuove specie, più adattate a temperature elevate, che in passato non riuscivano a colonizzare i torrenti glaciali a causa del freddo e delle condizioni estreme.
Mors tua, vita mea, in fondo: mentre alcune specie si estinguono, altre prendono il loro posto. Nulla di nuovo.
Un risultato inaspettato
Un’analisi dei campioni richiede mesi e mesi di lavoro da parte di più persone esperte che incrociano analisi al microscopio con altre utilizzando diversi strumenti di laboratorio.
Un periodo di sospensione durante il quale l’attenzione delle ricercatrici e dei ricercatori coinvolti nel progetto si rivolge allo studio degli organismi raccolti e all’analisi della banca dati che man a mano si viene a costruire e da cui nasceranno nuove intuizioni e idee…
D’altra parte, il farsi della ricerca è anche questo: curiosità, intuizione, meticolosità e pazienza sono le parole chiave per arrivare – anche – alla descrizione di una nuova specie, la cui scoperta non è lo scopo primario della ricerca, ma ne è una piacevole sorpresa.
E poi, improvvisamente, i risultati arrivano…
È una sera di settembre 2025, fuori piove senza sosta e mi accingo a lasciare il mio ufficio al MUSE, quando squilla il telefono. Il numero è coperto. Decido di non rispondere, vista l’ora e il treno da raggiungere in stazione, prima che sia troppo tardi. Come sempre, anche oggi mi sono trattenuta fino all’ultimo.
Neanche un minuto dopo, il cellulare inizia a vibrare nella borsa. Una, due, cinque volte, mentre scendo le scale di corsa. Prefisso internazionale. Sarà davvero così urgente?
“Pronto?” – “Hi Valeria! I’m Elzbieta”
Dall’altro lato è Elzbieta, la ricercatrice a cui ho affidato il mio duplice set di campioni di oligocheti, quello di venticinque anni fa e quello attuale. È riuscita finalmente ad analizzarli e ha una risposta per noi.
Con voce un po’ emozionata mi racconta che ha due notizie da darci, una buona e una… meno: grazie all’analisi morfologica degli oligocheti raccolti alla fine degli anni ’90 è stato infatti possibile descrivere una nuova specie di oligocheto – un altro invertebrato nuovo per la scienza!
Ma, dai campioni più recenti, questa specie appena descritta non risulta più essere presente nel torrente alimentato dal ghiacciaio del Carè Alto.
In soli 25 anni questa specie, prima dominante, risulta sparita!
Il significato scientifico
Il risultato è sorprendente e indica in primo luogo il fatto che ci sono ancora specie di animali da scoprire. Nel mondo, infatti, sono state descritte finora meno di 2 milioni di specie animali, ma è stimato che ce ne siano diversi milioni, da 5 a 50 ancora da individuare e descrivere.
Al contempo, la scomparsa di questo invertebrato in soli 25 anni è indicatrice degli effetti del cambiamento climatico sulle specie adattate al freddo delle acque glaciali, oggi a rischio di estinzione. La scoperta ci parla di quanto sia ricca la biodiversità nascosta negli ambienti d’alta quota e, al contempo, di quanto siano fragili gli ecosistemi alpini di fronte alla crisi climatica.
Alla nuova specie è stato dato il nome di “cryophila” ovvero “amante delle basse temperature” e ha assunto il ruolo di bioindicatore dello stato di salute dei torrenti alpini.
Il timore di ricercatrici e ricercatori che alcune specie possano estinguersi prima ancora di essere formalmente descritte dalla scienza, purtroppo, ha trovato un’ulteriore conferma.
Chi era la Cernosvitoviella cryophila
Una nuova specie di oligocheto, appartenente alla famiglia degli Enchytraeidae. Morfologicamente, Cernosvitoviella cryophila presenta tratti unici nell’apparato riproduttore, come un imbuto spermatico eccezionalmente lungo e cilindrico, un lungo dotto spermatico, vescicole seminali assenti e spermateca con un’ampolla ovale che la distinguono nettamente dalle altre 23 specie note del genere.
Il team di ricerca
Valeria Lencioni, Alessandra Franceschini, Daniele Caserini, Giacomo Imbalzano, Serena Oss Papot, Nicole Casagranda – questo è il Team di ricerca. Il primo giorno di spedizione hanno contrinuito anche Cristian Ferrari (SAT) e Enrico Noro (PNAB) per supporto logistico e riprese con drone.

