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Gli occhi della natura

Intervista al fotografo naturalista Bruno D’Amicis

Gli occhi della natura

Giovedì 2 luglio 2026

Ci sono orsi, lupi e l’elusivo gatto selvatico, ma anche piccoli anfibi come la salamandra di Aurora e il mastino maremmano abruzzese con il suo caratteristico collare spinato anti-lupo. Venticinque immagini raccontano incontri avvenuti dalle Alpi occidentali a quelle orientali, fino all’Italia meridionale e alle isole. È questo “Lo sguardo dell’altro”, la mostra allestita al Giardino Botanico Alpino Viote fino al 4 ottobre 2026 dal fotografo naturalista Bruno D’Amicis. Vincitore del World Press Photo e del Wildlife Photographer of the Year, D’Amicis porta sul Monte Bondone qualcosa che va oltre la semplice fotografia naturalistica. Dietro ogni scatto ci sono ore di attesa, pazienza e immersione nella natura, fino a entrare, come racconta lui, «anche solo per un attimo, nello sguardo l’uno dell’altro».

D’Amicis, c’è una fotografia della mostra che rappresenta più di altre questo scambio di sguardi?

«Ce ne sono due: quella dell’orso marsicano e quella del giovane lupo».

Che cosa racconta la fotografia dell’orso marsicano?

«L’incontro è avvenuto in estate, in una valle umida e ricca di vegetazione. L’orso stava semplicemente alimentandosi di erbe e piante e ho voluto mostrare proprio questo: un animale timido, delicato, perfettamente inserito nel suo ambiente. Spesso l’orso viene immaginato come una presenza minacciosa, mentre è una specie straordinaria dal punto di vista ecologico».

E il lupo invece?

«Dopo ore di appostamento e mimetizzazione, il giovane lupo si è voltato nella mia direzione. Nel suo sguardo non c’era paura, ma curiosità. In quei momenti non sei più soltanto uno spettatore: entri a far parte della scena. È un privilegio, ma anche una responsabilità, perché significa sapere quando fermarsi e rispettare i limiti dell’animale. In tutte le situazioni presenti in mostra non c’è mai stata una fuga da parte dell’animale, ed è una cosa di cui vado orgoglioso».

Quindi il titolo della mostra, “Lo sguardo dell’altro”, indica proprio questo?

«Volevo mostrare la straordinaria diversità della natura italiana, ma soprattutto raccontare ciò che accade quando due specie si incontrano. Oltre all’emozione, c’è comprensione, empatia e, in fondo, coesistenza. Durante questi incontri ho avuto la sensazione di poter entrare, anche solo per un attimo, nell’intimità di altre forme di vita».

Crede che si stia perdendo il nostro rapporto con la natura?

«Credo che tutti noi conserviamo una naturale attrazione verso la natura, quella che il biologo Edward Wilson chiamava “biofilia”. Però oggi ci mancano spesso gli strumenti per leggere ciò che abbiamo davanti. La fotografia di natura, con i suoi tempi lenti e l’attesa, permette di recuperare una forma di empatia e una sensibilità che forse abbiamo dimenticato».

Dietro una fotografia naturalistica c’è molto più di uno scatto. Come si svolge il suo lavoro?

«La fotografia della natura è soprattutto tempo e pazienza».

Che cosa significa concretamente?

«Vuol dire adattarsi ai ritmi della natura. Significa uscire di notte per arrivare alle prime luci, studiare il meteo, conoscere il vento e capire come percepiscono il mondo le diverse specie. Con i mammiferi bisogna prestare attenzione all’olfatto, con gli uccelli soprattutto ai movimenti».

Ci racconta alcune delle sue tecniche di mimetizzazione?

«Esistono molti modi per mimetizzarsi, ma la cosa più importante è conoscere il soggetto. Un animale comunica il proprio disagio attraverso il linguaggio del corpo e bisogna saperlo riconoscere. La fotografia naturalistica, se diventa una corsa al trofeo o alla foto da esibire sui social, perde gran parte del suo valore. Per me è uno strumento di narrazione e condivisione, non una competizione».

Ha fotografato ambienti estremi in tutto il mondo. Dal deserto del Sahara alle foreste tropicali. Qual è oggi la sua missione come fotografo naturalista?

«Vorrei aiutare le persone a riscoprire la natura autentica».

In che modo?

«Viviamo circondati da immagini spettacolari e da continui “momenti wow”, ma rischiamo di dimenticare che la natura è straordinaria anche nella quotidianità. La biodiversità che abbiamo intorno, persino dietro casa, è una ricchezza enorme. Il mio obiettivo è riportare l’attenzione su questa bellezza e, allo stesso tempo, sulla fragilità degli ecosistemi. Nell’Antropocene non esiste più un luogo completamente immune dall’impatto delle attività umane. Neanche l’Antartide lo è. Per questo cerco di trasmettere empatia e senso di appartenenza, mostrando che la natura non è qualcosa di distante o riservato a pochi esploratori. Con pazienza, sensibilità e conoscenza, tutti possono imparare a sentirsi parte di questo grande racconto».

Articolo di

Jacopo Mustaffi
Relazioni istituzionali e ufficio stampa
Ufficio stampa

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