In che anno sei arrivato alla biblioteca del museo?
Era il 1993. La biblioteca si trovava al secondo piano di Palazzo Sardagna, in via Calepina. Sono ancora uno dei “calepinosauri”, come ci ha simpaticamente ribattezzati un caro collega, anche lui membro del club. Ho iniziato sotto la guida del bibliotecario e speleologo Paolo Zambotto, il mio “maestro”.
Qual è la funzione principale della biblioteca?
La biblioteca è sempre stata, prima di tutto, una biblioteca d’istituto, quindi al servizio delle ricercatrici e dei ricercatori del museo. Per molti anni è stata anche un importante punto di riferimento verso l’esterno: appassionate e appassionati di geologia, micologia, astronomia, natura – per lavoro o per curiosità – la frequentavano perché qui trovavano materiali difficili da reperire altrove. Era un mondo senza internet, completamente diverso da oggi.
La biblioteca del museo sembra riflettere molto la storia dell’istituzione. È così?
Assolutamente sì. La biblioteca riflette l’agire del museo ma è anche un termometro culturale della società. Nei fondi più vecchi della biblioteca troviamo libri di bachicoltura, apicoltura, entomologia agraria: queste discipline ora sono collocate altrove, ma negli anni Venti o Trenta del Novecento aveva perfettamente senso che fossero qui, allora chi le praticava si appoggiava al museo. La biblioteca segue i cambiamenti della società e del museo, e allo stesso tempo ne registra e conserva la storia.
Quando nasce ufficialmente?
Nasce insieme al museo. Nel primo libro d’inventario c’è una nota manoscritta dell’allora direttore Trener, che recita: “la biblioteca comincia a funzionare nell’estate 1924 con la nomina a bibliotecaria della Sig. Prof. A. Conci. Il numero delle opere all’inizio della fondazione è di 250 libri più 2 periodici”.
Come è cambiata la biblioteca negli ultimi decenni?
È cambiata molto, soprattutto negli ultimi trent’anni. Per lungo tempo ha avuto una forte funzione pubblica: scesa “in strada” in via Calepina, era sala di lettura, luogo di presentazioni di libri, di ricerche, quasi un “ente nell’ente”, sempre in stretto collegamento con il museo. Con il trasferimento nel 2013 all’interno del MUSE, nonostante l’ampliamento dell’edificio, la biblioteca si è trovata compressa ed è tornata a essere soprattutto una biblioteca di istituto, meno visibile al pubblico.
Quanti materiali conserva oggi?
Siamo a oltre 104.000 documenti tra libri, opuscoli, carte geografiche e geologiche, periodici. È un numero di inventario progressivo.
Ci sono libri particolarmente rari o preziosi?
Abbiamo alcune cinquecentine, libri del XVI secolo, come le opere botaniche del Mattioli. Ma il vero valore della biblioteca non sta tanto nei singoli pezzi, rari e magari costosi, quanto nei fondi archivistici e librari che nel loro insieme organico documentano lo sviluppo della storia naturale, scientifica e ambientale del territorio.
Quali sono i principali ambiti tematici del patrimonio?
Il cuore è la storia naturale dell’arco alpino, e in particolare del Trentino. Nel tempo, però, la biblioteca si è arricchita seguendo le “stagioni” del museo e le persone che vi hanno lavorato. Con Bernardino Bagolini, ad esempio, si è sviluppato molto un importante nucleo di materiali di preistoria e archeologia. Con Paolo Zambotto, si è formata una sezione di speleologia probabilmente unica nel Nord Italia. C’è poi il fondo sul protezionismo e sull’ambientalismo: raccoglie i primi interventi ambientalisti in Trentino, a partire dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Cinquanta e Sessanta. Molto curioso è poi il fondo “Contro l’oblio” dell’ex direttore Gino Tomasi, con oltre 500 schede biografiche dedicate a persone che hanno fatto scienza in Trentino o sul territorio trentino. Più di recente, così come in “era” Lanzinger c’è stato un forte sviluppo per la museologia, oggi con la direzione di Massimo Bernardi ci stiamo specializzando sui temi dell’Antropocene.
C’è un nucleo che senti particolarmente vicino?
Dal punto di vista scientifico, uno dei più straordinari è quello micologico legato a Giacomo Bresadola. Conserviamo anche oltre 1.200 tavole originali, disegnate e acquerellate di sua mano, utilizzate per il riconoscimento dei funghi. Molte sembrano opere d’arte, sono venuti anche dall’estero per visionarle.
L’ultimo libro acquistato dalla biblioteca?
“Sillabario della terra” di Giacomo Sartori, Mimesis edizioni.
L’autrice/autore che ti ha ispirato di più?
Può sembrare un’eresia, ma sono Dante e Leopardi.
Un libro che ogni appassionata/o di scienza dovrebbe avere sul comodino?
Per comprendere davvero il museo e la sua storia, direi “Un’idea di natura” di Gino Tomasi. È una chiave di lettura fondamentale: racconta la storia del museo intrecciandola con quella sociale e culturale del territorio. Se invece penso a libri divulgativi, “Il racconto dell’antenato” di Richard Dawkins è straordinario per capire l’evoluzione, così come “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond per abbracciare una prospettiva scientifica e geografica unica sulla storia umana.
Quanti libri leggi in un anno?
Boh, circa quaranta. Leggo da sempre, fin da bambino. Ho imparato a leggere prima di andare a scuola, è una passione che non mi ha mai lasciato.
In che modo la biblioteca supporta oggi la ricerca del museo?
Attraverso i nuovi acquisti, la conservazione delle pubblicazioni scientifiche prodotte dal museo e il supporto alla ricerca scientifica storicamente legata al territorio. La biblioteca conserva la memoria dell’attività scientifica del museo: atti di convegni, articoli, libri, documentazione che altrimenti rischierebbe di andare perduta.
Il digitale come ha cambiato – e sta cambiando – il ruolo del bibliotecario?
Ci sono sempre meno lettori, ma resto convinto che libri e prodotti digitali non siano davvero assimilabili… poi, tra 200 anni, chissà. Di sicuro l’avvento di internet ha rivoluzionato anche il nostro mondo. Siamo passati dalla macchinosa consultazione bibliografica di un cd-rom per volta ad archivi digitali immensi accessibili direttamente: all’inizio sembrava fantascienza, poi invece ha cambiato profondamente anche il nostro modo di vivere la professione. Come biblioteca del MUSE siamo sempre stati al passo con l’evoluzione tecnologica: siamo stati tra i primi, grazie a FBK, ad avere una connessione internet in luoghi pubblici. L’ex direttore Michele Lanzinger proprio in biblioteca ci aveva detto che avremmo dovuto “conoscere internet come il Padre Nostro”. Aveva ragione. Il museo ha sempre investito molto, anche nelle strumentazioni, e questo ci ha permesso di stare al passo.
È cambiata anche la percezione classica della biblioteca: si sono aggiunte nuove funzioni. Le/gli utenti non cercano più solo libri, ma luoghi di condivisione, dove partecipare a gruppi di lettura, corsi, tornei di scacchi, impegni di “cittadinanza”. Il ruolo di consulenza e ricerca però resta centrale. Il bibliotecario è un’interfaccia: quello che mi mancherà di più sarà il dialogo con l’utente, l’ascolto, il dare riscontro alle sue richieste di sapere. Come bibliotecari siamo al servizio della conoscenza.
Un augurio alla biblioteca del futuro.
Che resti un punto di riferimento, capace di cambiare forma ma non sostanza, come ha sempre fatto.