30 dicembre 2025
Non credeva ai suoi occhi quando gli sono arrivate le fotografie di quelle tracce nella roccia. Ma i dubbi sono durati poco: «appena le ho viste, ho pensato subito ai siti su cui avevo già lavorato. Un numero così alto di impronte indicava chiaramente che si trattava di piste fossili lasciate da dinosauri».
Fabio Massimo Petti, ricercatore che collabora con il MUSE – Museo delle Scienze di Trento, è uno dei protagonisti della scoperta di impronte di dinosauri vissuti circa 210 milioni di anni fa, rinvenute pochi giorni fa in Valle di Fraele, sul versante lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio. Una notizia che ha fatto il giro del mondo.
Di professione icnologo – ovvero lo scienziato che studia le tracce lasciate dagli organismi del passato (soprattutto vertebrati terrestri), come impronte, tane e piste fossili – Petti analizza queste evidenze per ricostruire anatomia, comportamento e interazioni con l’ambiente di chi visse sul pianeta prima di noi. Alle spalle ha numerose esperienze di ricerca nei più importanti siti di orme di dinosauri d’Italia.
Abbiamo approfondito con lui questo argomento.
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Che ruolo hai avuto in questa scoperta e come è iniziato il lavoro di ricerca?
«Sono stato contattato, tramite il direttore del MUSE Massimo Bernardi, da Cristiano Dal Sasso, paleontologo del Museo di Storia Naturale di Milano. A sua volta, Dal Sasso era stato informato della possibile presenza di queste orme dal fotografo naturalistico Elio Della Ferrera, che per primo ha attirato l’attenzione su delle particolari tracce presenti sugli strati rocciosi della Valle di Fraele. Ci siamo incontrati e abbiamo iniziato ad analizzare le fotografie acquisite manualmente e tramite i droni su quelle superfici verticali e quasi inaccessibili».
Perché questo ritrovamento è così importante?
«A livello italiano ed europeo sono pochissimi i siti con orme di dinosauri risalenti al Triassico superiore. E, soprattutto, è raro trovarne così tante e con una densità così elevata. Il confronto più immediato è con il celebre sito di Altamura, in Puglia, scoperto nel 1999, dove sono state censite circa 26 mila impronte. Anche qui parliamo di una densità di 4–5 orme per metro quadrato. Il dato davvero sorprendente è la quantità di impronte organizzate in vere e proprie camminate, quelle che i paleontologi definiscono “piste”».
Che tipo di dinosauri hanno lasciato queste orme e come vivevano?
«Da una prima analisi sembrerebbe si tratti di dinosauri con andatura bipede, anche se probabilmente erano in grado di muoversi anche su quattro zampe. Le impronte sono attribuibili a prosauropodi: dinosauri erbivori con testa piccola e collo lungo, che camminavano soprattutto sulle zampe posteriori».
Al MUSE è esposto lo scheletro di un Plateosauro, uno dei protagonisti della più grande mostra sui dinosauri dell’arco alpino: potrebbe essere lui l’autore di queste orme?
«Sì, il Plateosauro è proprio un prosauropode, diffuso soprattutto in Europa (in particolare in Germania e in Svizzera). Visse circa 210 milioni di anni fa, nello stesso periodo delle impronte di Fraele. L’autore di queste tracce potrebbe essere proprio lui.
Si tratta del primo grande dinosauro erbivoro e dell’antenato dei grandi sauropodi, i dinosauri dal collo lungo vissuti durante il Giurassico (come il famoso brontosauro): è molto probabile che abbia percorso i territori che sarebbero diventati le Alpi, lasciando numerose tracce fossili nelle rocce che oggi osserviamo».
Che cosa ci raccontano queste orme sul loro modo di muoversi e comportarsi?
«Le orme ci forniscono moltissime informazioni: ci parlano della locomozione, confermando un’andatura bipede; dalla lunghezza e dalla forma delle impronte possiamo stimare l’altezza degli individui (potevano raggiungere i dieci metri) e la loro massa corporea.
Possiamo osservare anche il numero delle dita e degli artigli, che in questo caso sono quattro. L’analisi dei modelli tridimensionali ci permetterà di capire poi se sono conservate le tracce dei cuscinetti carnosi sotto le dita. La disposizione e la morfologia di queste tracce possono aiutarci a ricostruire la zampa dell’animale e, grazie al confronto con altri esemplari conosciuti a livello mondiale, a capire a quale famiglia di dinosauri appartenesse l’autore delle impronte».
Questi dinosauri si muovevano in branco?
«Non possiamo ancora dirlo con certezza. Da una prima analisi sembrerebbe che molte camminate vadano nella stessa direzione, anche se non sono state ancora individuate piste parallele e tra loro ravvicinate. Questo indicherebbe uno spostamento di gruppo».
Quali sono le difficoltà nello studiare un sito così alto e difficile da raggiungere? E quanto aiutano le nuove tecnologie?
«Finora abbiamo lavorato soprattutto sull’analisi delle immagini. Nello Stelvio ci sono ancora crinali inesplorati: servono competenze alpinistiche, ma soprattutto le nuove tecnologie a disposizione della ricerca. In futuro vorremmo effettuare nuovi voli con droni ad “altissima risoluzione” per realizzare modelli 3D delle superfici con le impronte, capaci di rivelare dettagli invisibili a occhio nudo. La tecnica utilizzata è la fotogrammetria digitale 3D ad alta risoluzione.
Come MUSE, insieme alla Fondazione Bruno Kessler, siamo stati tra i primi in Italia ad applicarla alla ricerca paleontologica già nel 2008, sulle Coste dell’Anglone, nella Valle dei Laghi, vicino a Dro (TN). Siamo stati tra i primi anche a utilizzare i droni: in questo caso per la mappatura del sito dei Lavini di Marco, recentemente pubblicata sulla rivista Geological Field Trips and Maps. Queste tecnologie sono oggi indispensabili per l’interpretazione scientifica dei siti».
Com’era questo luogo 210 milioni di anni fa?
«La geografia del pianeta era completamente diversa. Dove oggi troviamo le impronte si estendeva l’oceano della Tetide, un golfo oceanico che separava l’allora continente eurasiatico dall’Africa. Noi ci trovavamo sul margine settentrionale di questo oceano, in ambienti di “piattaforme carbonatica”, caratterizzati da acque calde e poco profonde: uno scenario simile alle attuali Bahamas. Il clima era tropicale e i dinosauri camminavano su piane di marea ricoperte da fanghi carbonatici molto sottili. È proprio questo ambiente che ha permesso la conservazione di dettagli anatomici straordinari, come le impressioni delle dita e degli artigli».
Che emozione hai provato partecipando a una scoperta così importante?
«Un’emozione enorme. Questo sito ci terrà occupati per anni e ci aiuterà a ricostruire il nostro passato geologico e paleontologico: servirà molto tempo per mappare tutte le impronte, studiarle in dettaglio e pubblicare i risultati scientifici. Fino al 1984, anno della scoperta delle orme del Monte Pelmetto (Veneto), si credeva che i dinosauri non avessero mai abitato l’insieme di mari più o meno profondi che costituivano la penisola italiana durante il Mesozoico (Triassico, Giurassico e Cretacico). Da allora, con scoperte quasi annuali – dal Trentino alla Lombardia, dal Lazio alla Campania, fino alla Puglia – questa idea è stata completamente smentita: oltre ai mari esistevano aree emerse e veri e propri ponti continentali, che consentivano ai dinosauri di migrare tra Africa ed Europa in entrambe le direzioni. Molte di queste scoperte sono avvenute proprio in Trentino, e non è un caso che il MUSE sia oggi un centro di eccellenza per questo tipo di studi».
Articolo di
Tommaso GasperottiRelazioni istituzionali e ufficio stampa
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