Cosa ci fa un real spagnolo di inizio Seicento tra le praterie alpine del Trentino?
È la domanda che si sono posti anche Marco Avanzini e Isabella Salvador, ricercatore e ricercatrice del MUSE, quando hanno scovato la piccola moneta durante un’escursione in quota. 24 millimetri di diametro, 27,5 grammi di peso, titolo medio di 930 millesimi (cioè 93% di argento puro): un cimelio apparentemente semplice, ma con oltre diecimila chilometri di viaggio alle spalle.
Il luogo del ritrovamento è il settore occidentale del gruppo montuoso del Pasubio: un anfiteatro di lastroni rocciosi e pascoli alpini che dal Monte Pazul si spingono fino alle pendici del Col Santo.
Come spiega Marco Avanzini, che conosce questo luogo come le sue tasche:
«Oltre gli ultimi baiti dell’Alpe Alba, dove l’altopiano si arresta contro i bastioni occidentali del Col Santo, il territorio è da secoli destinato all’uso comunitario, in particolare alle pratiche di fienagione. Qui sorgevano antiche malghe, delle quali oggi rimangono solo labili tracce, e vissero generazioni di pastori e malgari. Ed è proprio qui, tra le rocce di quest’area, che abbiamo trovato una moneta del tutto particolare: la frazione più bassa di un real da otto spagnolo».
Una moneta globale
Nel Cinquecento il real era la moneta più diffusa nella Spagna imperiale. Veniva coniato in argento in tagli da 1, 2, 4 e 8 reales. Il real da otto, in particolare, rappresentava una vera e propria valuta globale: chi lo possedeva aveva un potere d’acquisto spendibile praticamente ovunque; chi ne era privo restava ai margini dei grandi circuiti commerciali.
«Quello rinvenuto sotto il Col Santo – precisa Avanzini, che per la valutazione numismatica si è avvalso della consulenza scientifica della professoressa Antonella Arzone del Museo di Castelvecchio di Verona – è un real molto particolare e racconta di una prima “globalizzazione” del mondo. Queste monete, passando di mano in mano, arrivarono anche a pastori che, lontani dal mondo di pirati e galeoni e forse ignari della loro origine esotica, le vivevano comunque come piccoli tesori».
Come ricorda Arzone nel capitolo “Moneta globale, montagna di confine” del catalogo della mostra:
«la moneta del Pasubio fu coniata dalla zecca di Città del Messico tra il 1607 e il 1662, sotto il regno di Filippo III o Filippo IV. La sua presenza costituisce una preziosa testimonianza dello straordinario sistema commerciale internazionale attivo tra XVI e XVII secolo. Questo real fu probabilmente trasportato su un galeone partito da Cuba, passato per Bermuda e Azzorre e giunto a Siviglia, sede dell’agenzia governativa che controllava il commercio tra la Spagna e il Nuovo Mondo. Da lì, attraverso Genova – che deteneva la licenza spagnola di importazione della moneta per l’Italia – la moneta iniziò il suo lento viaggio di mano in mano, passando per i mercati della pianura veneta e risalendo infine verso le montagne trentine».
Dai galeoni alle malghe trentine
La sua provenienza richiama subito alla mente le favolose miniere d’argento dell’Impero inca e i galeoni carichi di tesori che solcavano gli oceani cercando di sfuggire agli assalti dei pirati. Gli spagnoli erano stati attratti in America dal miraggio dell’oro, ma a renderli realmente potenti fu soprattutto l’argento: Potosí, in Bolivia, e Città del Messico divennero centri nevralgici di una produzione senza precedenti.
Si stima che, dalla sua attivazione a metà del Cinquecento, la zecca di Città del Messico abbia coniato circa 2 miliardi e 680 milioni di monete d’argento. I reales celebravano la scoperta del Nuovo Mondo raffigurando, accanto agli stemmi dei territori dell’Impero spagnolo, immagini simboliche come i due mondi e le colonne d’Ercole, memoria dell’impresa di Cristoforo Colombo e del superamento dei confini geografici conosciuti.
Le monete erano battute a mano o con semplici magli, facendo scorrere sotto il martello una barra d’argento: per questo risultavano spesso irregolari. Una volta coniate, venivano immagazzinate in casse e caricate sui galeoni che da Vera Cruz raggiungevano Portobelo e poi Cuba. Da qui, approfittando delle stagioni favorevoli, convogli di decine di navi attraversavano in mesi di navigazione i settemila chilometri dell’oceano Atlantico.
Dalla fine del Cinquecento, un vero e proprio fiume d’argento si riversò sull’Europa, diffondendosi in mille rivoli fino al Mediterraneo orientale e all’Asia. I reales divennero così la preda preferita dei pirati, che cercavano di intercettare le flotte cariche dei forzieri del Nuovo Mondo.
Un piccolo tesoro alpino
Al netto dei costi umani e dello sfruttamento forzato nelle miniere simbolo dell’oppressione coloniale, l’argento sudamericano rese i sovrani spagnoli i più potenti d’Europa e pose le basi della prima circolazione monetaria globale. I pezzi da otto e i loro sottomultipli arrivarono ovunque: nelle grandi capitali europee, nei mercati asiatici e, come dimostra il ritrovamento del Pasubio, anche tra le malghe e i pascoli delle Alpi trentine.
La moneta è uno degli oltre 100 reperti e oggetti esposti nella mostra “Il potere delle macchine”. La sua storia è raccontata anche nel catalogo, a cura di Luca Ciancio e Marco Avanzini, disponibile nei bookshop del MUSE e di Palazzo delle Albere.