Dott. Cattaneo, non è insolito trovare un torchio per monete false all’interno di un convento. Come è finito lì?
«Sì, è un ritrovamento decisamente particolare. Durante i lavori di restauro del convento francescano di Pergine, nel 1932, venne alla luce un torchio per monete clandestino accompagnato da due tenaglie, nascosto sotto il pavimento della cucina. Il luogo fuori contesto del ritrovamento fece ipotizzare Giuseppe Gerola (l’allora Soprintendente delle Belle Arti di Trento), che a interrarlo fossero stati i precedenti proprietari del terreno».
Quindi a chi apparteneva questo torchio?
«Secondo Gerola, il terreno apparteneva in precedenza alla famiglia a Prato, una famiglia di rilievo di Pergine, che godeva anche del diritto di estrarre argento dalle miniere della Valle dei Mocheni. L’ipotesi è che parte di questo argento potesse essere utilizzata per coniare monete in modo non ufficiale, anche perché non esistono documenti che attestino un diritto formale della famiglia a Prato a battere moneta».
È vero che la famiglia a Prato donò il terreno ai francescani per “alleviare delle colpe”?
«Esatto, nell’atto di donazione viene riportato che Giovanni Giacomo a Prato donò quei terreni ai francescani su indicazione dei suoi avi, per alleviare le colpe della famiglia e sgravare la propria coscienza. Gerola, con un po’ di immaginazione ma non senza logica, ha collegato questa tradizione alla presenza del torchio clandestino».
Anche le dimensioni ridotte del torchio sembrano confermare l’ipotesi sull’uso illecito. Perché?
«Siamo in un periodo in cui la coniazione meccanica non è ancora diffusa. Le macchine arrivano dall’Europa continentale – dalla Germania e dalla Francia – attraverso i mercanti che attraversano il territorio trentino, una zona di passaggio strategica. Un torchio di dimensioni così ridotte non permetteva grandi volumi produttivi: un limite che rafforza l’ipotesi di una produzione circoscritta e quindi clandestina».
Il torchio è databile al XVI secolo. Siamo in un momento di transizione nella storia della moneta?
«Siamo nel pieno Cinquecento, l’epoca nella quale inizia il lento passaggio dalla coniazione manuale a quella meccanica. L’introduzione delle macchine rappresenta una svolta anche sociale, perché sottrae lavoro alla manodopera tradizionale. Non tutti le vedevano di buon gusto. Proprio per questo le innovazioni faticarono a essere accettate nelle zecche ufficiali e trovano invece spazio, almeno inizialmente, in contesti privati o clandestini».
Possiamo fare qualche ipotesi sulle monete prodotte con questo torchio?
«È difficile, perché l’unico dato certo è il diametro dei coni, circa 25-30 millimetri. Si tratta di monete di dimensioni importanti, il che suggerisce un valore elevato: monete d’argento o d’oro. Le ipotesi più accreditate parlano di monete d’oro, come le doppie, oppure di monete d’argento come i testoni, caratterizzati dalla presenza del ritratto, o alcune lire veneziane. Non si esclude nemmeno la produzione di monete straniere, come i talleri austriaci o tedeschi».
Perché proprio monete straniere?
«Da un lato le monete locali erano più facilmente spendibili, ma anche più rischiose da imitare, perché riconoscibili. Inoltre, la contraffazione di moneta dello Stato comportava pene molto severe. Se invece si fossero imitate monete straniere, le sanzioni sarebbero state più contenute. Nel contesto del Trentino e del Tirolo, l’uso di monete straniere come i talleri era piuttosto comune, il che rende questa ipotesi ancora più plausibile, almeno sul piano teorico».
Il torchio è uno degli oltre 100 reperti e oggetti esposti nella mostra “Il potere delle macchine”. La sua storia è raccontata anche nel catalogo, a cura di Luca Ciancio e Marco Avanzini, disponibile nei bookshop del MUSE e di Palazzo delle Albere.