Mercoledì 7 gennaio 2026
Tutte e tutti abbiamo in mente il suo profilo stagliato su un crinale d’alta quota: slanciato ed elegante, lo stambecco è il re dell’alta montagna. Perfettamente adattato al freddo e agile sugli aspri pendii rocciosi questo animale, col quale abbiamo da sempre condiviso il territorio, ha una storia unica e, a oggi, a lieto fine. Ce l’hanno raccontata Andrea Mustoni, zoologo e responsabile dell’unità di ricerca scientifica del Parco Adamello Brenta, e Rossella Duches, archeologa e conservatrice scientifica del MUSE nel corso dell’ultimo appuntamento dei Talk biodiversi.
Lo stambecco è una specie gregaria, ad altissima socialità. I branchi sono caratterizzati da grandi gruppi femminili in cui rimangono anche i maschi più giovani. A circa tre anni di età i maschi lasciano le loro madri per formare branchi distaccati da quelli delle femmine, tendenzialmente di individui della stessa età. Il periodo degli amori è a fine dicembre; è in questo momento che maschi e femmine si cercano nella speranza, a volte vana, di trovarsi. Lo stambecco è un animale che si è evoluto per stare sulla roccia ed è quella che ricerca anche durante il periodo invernale, mantenendosi in quota e ricercando quei pendii verticali, esposti a sud, dove la neve continua a scivolare a valle, scoprendo la cotica erbosa della quale si nutre.
«Lo stambecco è presente in Europa da circa 200.000 anni, è sopravvissuto a due glaciazioni, quella più antica di Riss e quella più recente di Würm, alla fine della quale ha abbandonato le zone di pianura e le Prealpi per spostarsi, seguendo i ghiacci e il freddo, sulle montagne più elevate e quindi sulle Alpi», spiega Andrea Mustoni. «Oggi sulle Alpi abbiamo all’incirca 50.000 stambecchi, distribuiti principalmente tra l’Italia e la Svizzera, con un numero di circa 170 colonie. Numeri che finalmente scongiurano un possibile rischio di estinzione».
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Un rischio che però ha corso in passato quando, a partire dal 1600, la specie si è estinta dapprima sulle Alpi orientali e, in seguito, su quelle centrali. All’inizio del XIX secolo meno di 100 individui sopravvivevano abbarbicati nelle valli dove ora sorge il Parco Nazionale del Gran Paradiso. I motivi che hanno portato alla sua scomparsa sono, come sempre, legati alla nostra presenza», ci racconta Mustoni. «Lo stambecco è un animale facile da avvicinare, difficilmente raggiungibile dai predatori naturali, ma facilmente abbattibile da frecce (prima) e proiettili (dopo). Lo stambecco diventa una risorsa fondamentale per la nostra specie».
«Lo stambecco, inoltre, ha sempre goduto di un immaginario collettivo molto particolare; ogni parte del suo corpo assumeva un significato e delle proprietà magiche o terapeutiche. Si pensava che le ossa dello stambecco, raccolte in numero pari e con la luna crescente, potessero curare le artriti e le nevralgie; che i suoi escrementi, uniti al miele, curassero la sciatica… Amuleti e pozioni che portarono perfino il Vescovo di Bressanone, nel 1600 alla decisione di far uccidere tutti gli stambecchi della zona perché allontanavano i fedeli dalla cristianità».
Nel 1800 il raggiungimento del numero minimo di esemplari smuove gli animi di chi nello stambecco vede un simbolo di natura e libertà, di chi lo vede come una risorsa venatoria e di chi inizia a fare della conservazione della natura un pilastro fondamentale. Questo porta a diverse azioni mirate a salvaguardare la specie che, in tempi relativamente brevi si riprende anche grazie a progetti di traslocazione e reintroduzione. Sono proprio questi ultimi che permetteranno allo stambecco di ripopolare gran parte delle Alpi, scongiurandone così l’estinzione.
«Tra i primi gli Svizzeri che, all’inizio del ‘900, iniziano a rubare i capretti di stambecco, allevarli negli zoo, farli riprodurre e rilasciarli con un primo progetto di reintroduzione. Un inizio un po’ piratesco» spiega Mustoni «che però ha dato il via ad una serie di altri progetti più strutturati che hanno permesso di scrivere una bella pagina della storia della conservazione in Italia».
«Fu il professor Tosi a dare vita ad un vasto progetto alla fine degli anni ‘80, il Progetto Stambecco Lombardia, che si proponeva di portare in diversi massicci lombardi alcuni esemplari prelevati nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il progetto si spinse fino al versante lombardo del massiccio dell’Adamello. Nello stesso periodo un progetto di reintroduzione prende vita anche al Parco Adamello Brenta e grazie alla collaborazione con il Parco Regionale dell’Adamello Lombardo, una decina di stambecchi viene rilasciata anche sul versante Trentino. Era il 1995, esattamente 30 anni fa. Altri animali arriveranno negli anni successivi. Lo stambecco è tornato a popolare anche le montagne trentine e oggi le stime portano a pensare che abbiamo circa 400-500 individui sul massiccio Adamello – Presanella».
Lo stambecco fa parte della storia dell’essere umano, fin dalla preistoria più antica. Abbiamo indagato questo antico e stretto legame con Rossella Duches che, insieme ai colleghi Nicola Nannini e Alex Fontana, sta studiando diversi siti archeologici del periodo tardo glaciale.
«Siamo alla fine del Paleolitico, tra 13.000 e 10.000 anni fa; il progressivo ritiro delle masse glaciali porta a profondi cambiamenti ambientali. Qui in Trentino abbiamo avuto la possibilità di studiare questi cambiamenti grazie al ritrovamento di grotte o ripari sotto roccia che ci hanno raccontato non solo com’era il clima e la vegetazione, ma anche quali animali fossero presenti e come vivessero le comunità umane. Una delle presenze costanti in questi siti è proprio lo stambecco». Racconta Rossella Duches «Lo stambecco era una risorsa economica; poter cacciare questo animale voleva dire non solo cibarsene, ma anche poter utilizzare pelliccia, ossa e tendini.
Lo stambecco è stato però anche simbolo spirituale come testimoniano le scoperte fatte a Riparo Dalmeri, sito di caccia stagionale occupato per ben 1500 anni. Qui troviamo migliaia di resti di stambecco, alcuni dei quali ci suggeriscono un significato simbolico legato a questo animale come testimoniano le pietre dipinte in ocra rossa e i crani di stambecchi maschi adulti preparati e posizionati in depressioni naturali poste all’ingresso del riparo».
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Lo stambecco ha seguito le vicende dell’essere umano e ha attraversato grandi cambiamenti climatici, ambientali e sociali. È sopravvissuto a un’estinzione conclamata e il suo futuro è messo a rischio dai nuovi, molto più repentini, cambiamenti climatici. Ci auguriamo che questo suo fascino possa continuare ad accompagnarci come simbolo di natura incontaminata, forza e libertà e ci auguriamo di poter fare, come esseri umani, la nostra parte affinché ciò si concretizzi.
Per approfondimenti e altre notizie e curiosità, è possibile rivedere l’incontro.
Articolo di
Elisabetta FilosiUfficio programmi per il pubblicoMediazione culturale |
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