Nella pancia del ghiacciaio

Glacio-speleologia in Adamello

​L’interno dei ghiacciai resta ancora qualcosa di misterioso.
Vallot, alla fine del 1800, fu il primo a descrivere un mulino glaciale, un pozzo verticale che, dalla superficie, porta l’acqua all’interno dei ghiacciai. Da allora le esplorazioni si sono concentrate, soprattutto negli Anni 80 del secolo scorso, sui più grandi ghiacciai del pianeta.

L’obiettivo del progetto “Nella pancia del ghiacciaio” è quello di entrare nel corpo del ghiacciaio più grande d’Italia, l’Adamello, e, in inverno, raggiungere la maggiore profondità possibile per descrivere cosa accade a quelle profondità quando tutto, con le fredde temperature invernali, sembra essere silente e immobile.

Durante una prima stagione di attività, sono stati rilevati 2 mulini glaciali, posti a Pian di Neve, una zona pianeggiante del Ghiacciaio dell’Adamello, a 3100 metri di quota, ove è stato misurato lo spessore maggiore del ghiacciaio (270 m). Uno di questi mulini ha permesso di calarsi fino a 70 metri di profondità. Sul fondo, come previsto, è stata trovata acqua che cambiava di livello con una velocità di 5-15 centimetri al giorno, misurata con una sonda piezometrica.
La velocità varia di continuo, anche bruscamente, forse in relazione a movimenti improvvisi del corpo glaciale e al collasso delle cavità endoglaciali. Infatti, il destino dei mulini glaciali in Adamello, legato al movimento del ghiacciaio e alla circolazione di acqua, è quello di estinguersi dopo circa 15 anni dalla loro formazione chiudendosi su sé stessi.

Ma c’è ancora molto da capire e da descrivere, percorrendo i pozzi e i canali nel corpo del ghiacciaio più gande d’Italia, l’Adamello, perché il cuore del ghiacciaio non smette mai di battere, nemmeno in inverno.

Un progetto del MUSE - Museo delle Scienze  con il contributo di FondazioneCogeme Onlus e in collaborazione con il Gruppo Speleologico Lavis.


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